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QUALCOSA NELL'ARIA

QUALCOSA NELL'ARIA - Cinema Farnese Persol

Titolo Originale : Après mai Paese : Francia, Anno di Produzione : 2012 Genere : Drammatico, Durata: 122 minuti Regia: Olivier Assayas, Cast (Attori): Clément Métayer, Lola Créton, Felix Armand, Prodotto da: MK2 Productions,

Maggio 68, racconto amoroso della giovinezza

APERTURA - Cristina Piccino
ROMA
«Vivevamo un momento di assoluta libertà e di caos creativo. Ma il dogmatismo politico ha creato barriere, è diventato anche un dogmatismo dell'immaginario»
Sul banco Gilles incide la A di anarchia mentre il professore legge un passo di Blaise Pascal: «Tra noi e l'inferno o tra noi e il cielo c'è solo la vita, che è la cosa più fragile del mondo». Gilles e i suoi amici la vivono a perdifiato. Siamo all'inizio degli anni Settanta, nella provincia francese, il Maggio 68 è ancora lì, sogno vitale di un'utopia, gesto reale di una possibile rivoluzione. Gilles, Christine, Jean Pierre, Alain, Maria sono liceali che hanno fatto propria l'«aria» (e la sfida) del tempo: la politica, la lotta contro l'ordine poliziesco, le scoperte della vita. Libertari contro i dogmi del partito comunista, diffidente nei loro confronti, dei genitori, del sistema...
In una manifestazione a Parigi proibita dalla prefettura (siamo nel 1971) un ragazzo, Richard Deshayes, anarchico, perde un occhio per un colpo di granata sparato dalle brigate speciali in piena faccia. Il movimento dei liceali scende in piazza, Gilles e gli altri si scontrano coi trotzkisti che vogliono assorbirli nello schematismo ideologico .. Après Mai, tra i migliori titoli dello scorso concorso veneziano, arriva nelle nostre sale (giovedì prossimo, in 35 copie, distribuisce Officine Ubu), un film appassionante in cui il regista, Olivier Assayas, ripercorre un'epoca chiave della nostra Storia tra autobiografia e l'autofinzione di una sincera prima persona. Dietro alla figura di Gilles, il protagonista, è facile intuire lo stesso Assayas: l'aspirazione di fare film, i dischi (Syd Barrett, MC5, Kevin Ayers), le letture (Simon Leys, Ashbury, Debord), la passione per la pittura. Protagonista è dunque la generazione più giovane del Maggio, a cui Assayas (classe 1955) appartiene, cresciuta in quell'epoca di battaglie, cambiamenti ma anche disillusioni in cui ogni scoperta, un libro, un film, un incontro erano un pezzo di vissuto, qualcosa di intimo e insieme collettivo, un personale/politico che affermava uno stare al mondo.
Gilles ha una ragazza Laure, bella e magrissima, che lo lascia per andare a Londra regalandogli Gasoline di Gregory Corso. Poi c'è Christine, che sembra non dubitare mai dell'impegno nella sua dolce fermezza, il primo bacio con lei è nella sala buia (barthesiana seduzione laterale) davanti allo schermo. Gilles è irrequieto, vorace, da Gli abiti nuovi di Mao, critica alla Rivoluzione culturale cinese, a Orwell ai situazionisti e Deleuze, ogni lettura è una rivelazione. Alla battaglia politica alterna lunghi momenti di solitudine lavorando ai suoi quadri.
Più che un film «storico» però Qualcosa nell'aria è (quasi) un romanzo di formazione, il racconto della giovinezza coi suoi slanci e i suoi errori, come sempre nel cinema di Assayas, radicati profondamente nell'epoca che affronta. Ed è questa la sua magia, e la sua libertà, che permette al regista di evitare la retorica della «ricostruzione» filtrata dal presente. È invece il cinema la lente attraverso la quale il movimento di quel tempo scorre, tra gli omaggi cinefili, Rossellini e il suo Viaggio in Italia, e lo scontro interno al movimento che diviene lo scontro tra l'idea di un fare cinema «impegnato», appiattito sulla realtà, e quello di un cinema che il mondo, appunto, lo reinventa. L'immaginazione al potere.
Ne parliamo con Olivier Assayas, nel passato anche critico per i Cahiers du cinéma, arrivato a Roma insieme a due dei suoi splendidi attori, complici ineguagliabili in questa avventura, tutti non professionisti a parte Lola Creton (vista in Un amore di gioventù di Mia Hansen Love; da Clément Metayer, Carole Combes, India Salvor Menez, Félix Armand...
«Dopo Carlos (storia del terrorista internazionale, ndr) avevo voglia di un film intimo, di raccontare la storia della mia vocazione, perché sono diventato regista e non pittore, come volevo in un primo tempo. Poi, scrivendo la sceneggiatura, mi sono accorto che quel che veniva fuori era la storia della mia generazione cresciuta negli 70 che sono stati un grande momento di libertà, di caos creativo e di anarchia. Ed è proprio quell'energia creativa diffusa, che si è esplicata nell'arte, nella musica, nella vita sociale e nella politica, ciò che di quegli anni ancora colpisce come un unicum irripetibile».

Possiamo anche dire che «Qualcosa nell'aria» lega il Maggio 68 al racconto di una giovinezza, come già accadeva in uno dei suoi precedenti film, «L'Eau froide»?
In un certo senso sì anche se con sfumature molto diverse. Tra i due film c'è stato un breve racconto, Une adolescence dans l'aprés-Mai (2005) che è ancora differente, ed è senz'altro il più autobiografico perché la scrittura costruisce una relazione a sé con l'autobiografia che mi ha permesso di riconciliarmi con quel periodo. Quando ho girato L'Eau froide ero ancora a disagio con tutto ciò che lo rappresentava, le atmosfere, i colori, i vestiti. Aprés-Mai invece è completamente immerso in quegli anni, volevo anzi restituirne visivamente e sensorialmente l'atmosfera.

Gilles, il protagonista, che è un po' il suo alter ego, ama Debord e vorrebbe dipingere. Poi, come lei, arriva al cinema ...
Però sono sempre debordiano come a diciassette anni quando ho conosciuto oltre a Debord la scuola di Francoforte, Marcuse... Forse è stata la solitudine a spaventarmi nel lavoro dell'artista, come dice il personaggio del film. Ricordo le ore solitarie nel mio studio con le mie ossessioni: non lo sopportavo anche se dipingere era una qualcosa di vitale per me. Il cinema invece è un'arte che ha bisogno di una dimensione collettiva, e io volevo esplorare quello che avevo intorno, spingermi più lontano. Non ho mai pensato al cinema in modo introspettivo, al contrario è per me uno strumento con cui avanzare nella comprensione del mondo, che mi ha portato a girare in altri paesi come l'Asia.

E al centro del suo film c'è il cinema. Il diverso modo di interpretare l'immaginario, tra rappresentazione della realtà, impegno e invenzione sembra riflettere anche le diversità del movimento e di lettura del 68.
È una questione centrale nel film, anzi direi che questa dialettica ne è stato il punto di partenza. Ci sono qui due aspetti distinti.La delflagrazione del Maggio 68 in Francia, e della Summer Love in America, è un momento culturale di bellezza e di utopia. Un momento di assoluta libertà, di caos quasi anarchico in cui viene messo in discussione tutto, ovviamente anche le strutture politiche tradizionali. Nel dopo-Maggio, la militanza almeno in Francia, si struttura in piccoli partiti molto rigidi, e se l'energia creativa del Maggio 68 sul piano artistico significava una reinvenzione del mondo, il dogmatismo politico dell'estrema sinistra nel dopo-Maggio ha prodotto anche un dogmatismo nella pratica del cinema. C'è un vero e proprio antagonismo tra la controcultura del Maggio francese o anche americana o inglese e il dogmatismo politico di un certo documentario sociale dell'epoca. Che, retrospettivamente, ha un suo valore, allora infatti non esistevano canali televisivi o di informazione che parlassero delle fabbriche e degli operai, ma era però molto diverso da un desiderio cinematografico.

Mentre tornava a quegli anni, le è capitato di porsi delle domande sul presente, su cosa ne è stato di quell'energia, di quella voglia di cambiamento?
La militanza e l'impegno politico negli anni Settanta, specie subito dopo il Sessantotto, appartenevano alla maggioranza se non alla totalità della gioventù. In questo senso possiamo dire che è stata una rivoluzione riuscita perché ha trasformato nel profondo il paesaggio culturale, le relazioni, il modo di rappresentarsi ... Il fallimento è stato invece sul piano della politica e credo che la causa principale di questo sia stato il terrorismo. Ciò che accadeva in Italia, in Germania, in Giappone ha spaventato tutti. Anche laddove come in Francia è stato meno forte, si è diffusa la stessa paura, e soprattutto l'idea che in quell'utopia ci fosse qualcosa di sbagliato. La realtà è entrata con violenza nel sogno e a un certo punto il divario tra queste due dimensioni è diventato troppo forte, incolmabile.

Ci parli del suo lavoro con gli attori, che sono bravissimi. Come ha costruito il rapporto tra loro e i personaggi del film?
Tutti i personaggi sono ispirati a figure reali, e scrivere il film mi ha anche permesso di riflettere meglio su alcune dinamiche del tempo. Per esempio il ruolo delle donne e il machismo che c'era nel movimento, i maschi erano i militanti e le ragazze avevano invece un ruolo secondario nonostante condividessero lo stesso grado di educazione politica. Da qui è nato il femminismo. Gli attori sono per me essenziali, e una volta scelti - il casting segna una tappa cruciale della lavorazione - cerco che le cose accadano, che tra il personaggio e il protagonista si crei una relazione. E questa può essere molto diversa dalle idee astratte che avevo prima del processo di lavoro anche se deve rispondere all'immagine complessiva. È importante perciò creare l'ambiente giusto intorno ai personaggi, specie se è un storico come questo, e da qui lasciarli interpretare.